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MODA, DESIGN & BUSINESS
Lo stilista adesso piace italiano
di Giusi Ferré
TENDENZE - Da Celine a Kenzo, da Gucci a Saint Laurent e Calvin Klein: i centri della creatività
sempre più made in Italy
Bisogna fare squadra. Bisogna “rimboccarsi le maniche e lavorare”. Bisogna, anche se Antonio Gramsci
lo citano in pochi, accompagnare al pessimismo dell’intelligenza l’ottimismo della volontà.
E
più l’analisi del declino dell’impresa e le capacità di attrazione del made in Italy è impietosa, più si devono cogliere
al volo quali sono i cambiamenti, e certe particolarità di approccio al lavoro che forse si notano più dall’esterno
che nell’asprezza di un dibattito politico ed economico come quello che sta caratterizzando il nostro Paese.
Perché intanto nella moda, settore di massima visibilità e di storici trionfi, qualcosa si è davvero mosso e i designer
italiani sono oggi chiamati per rivitalizzare marchi importanti. Ultimo, in ordine di tempo, Roberto Menichetti, nominato
ai vertici di Celine, marchio del lusso francese, un paio di mesi fa. Sempre a Parigi, per disegnare Kenzo, griffe straordinaria
che è stata l’origine del concetto prêt-à-porter negli anni Settanta, era già arrivato Antonio Marras, che da quattro
anni firma una sua linea di abbigliamento molto applaudita e con un cuore sardo come il suo, che vive su una collina
vicino ad Alghero. Scoperti entrambi da Concetta Lanciaux, consigliere del patron di Lvmh Bernard Arnault ed executive
vicepresidente synergie, pugliese d’origine, un istinto sicuro nell’individuare nuovi talenti e soprattutto group cordinator
Lvmh Italy.
E’ italiano anche il direttore creativo della linea uomo di Calvin Klein, Italo Zuccelli, subentrato dopo che lo stilista
ha venduto la propria azienda al gruppo Philips-Van Heusen. E italiani sono i giovani talenti che hanno sostituito Tom
Ford, il magico direttore creativo del gruppo Gucci: Stefano Pilati, già responsabile del team interno, disegna Yves
Saint Laurent; Alessandra Facchinetti, cognome ben noto agli appassionati di musica, è diventata direttore creativo
della linea donna di Gucci, Frida Giannini degli accessori. Secondo Giacomo Santucci, presidente e Ceo della casa fiorentina
dal 2001, che probabilmente ha suggerito e sostenuto queste nomine impreviste e coraggiose (erano tutti assistenti di
Ford) “sono giovani dotati di incredibile talento e – senza dimenticare John Gray responsabile dell’abbigliamento maschile
– hanno contribuito in maniera significativa all’affermazione del marchio”.
Creatività ed esperienza diretta di produzione sono dunque la formula vincente individuata nella maison dalla doppia
G. Ma a sentire Roberto Menichetti dal suo studio di Gubbio, dove sta preparando la sua collezione uomo che presenterà
a Firenze durante il prossimo Pitti Immagine, “questa è la caratteristica del vero stile italiano, che genera anche
una forte vendibilità. Il designer che non è mai stato in fabbrica, che non sa lavorare fianco a fianco del modellista,
oggi non resiste a lungo”.
E’ un’opinione condivisa anche da Giovanna Brambilla, partner e amministratore
delegato di Value Search. Abituata ad analizzare le caratteristiche professionali
e a confrontarle con le richieste del mercato, è giunta alla conclusione che è proprio questa specificità ad aggiungere
valore ai creativi italiani. “Perché sono abituati a procedere a lato dell’industria, mentre i francesi, per esempio,
sono organizzati nell’ottica dello studio. Fanno ricerche, magari splendide però scollate dalla realtà, che devono essere
riportate, organizzate, trasformate in prodotto, aggiungendo tempo e passaggi di produzione che si trasformano in un
carico aggiuntivo di costi”.
Secondo Giovanna Brambilla, il cui acrobatico impegno consiste nel
far coincidere esigenze e capacità, e che quotidianamente incontra dirigenti e creativi di primissimo piano, è proprio
il modo di lavorare concreto, vicino alla produzione, il segno della creatività made in Italy.
“Va incontro alle esigenze di un mondo sempre più veloce e attento a non sprecare la minima risorsa, come quello di
oggi, dove lo stilista che trasferisce in modo preciso e puntuale le proprie indicazioni risparmi sul tempo di esecuzione
e sul numero di prototipi. E’ un’esperienza preziosa, diventa tipica dello stile e delle aziende imprenditoriali del
made in Italy”. Anche per chi arriva dall’estero, con un altro bagaglio di esperienze, questa diventa una scuola di
formazione particolare. Racconta, infatti, Brambilla, di aver appena
parlato con il direttore creativo di un grande marchio, studi impeccabili alla St. Martins School di Londra, che le
ha detto, come priorità, “voglio rimanere in Italia”. Perché? ha chiesto lei. “Perché - ha risposto - qui si lavora
in modo diverso”.
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