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INCHIESTA Sessi & Società
ROMA-MADRID Il neoministro Barbara Pollastrini progetta un intervento ampio, "sul modello delle
più avanzate esperienze europee". Appuntamento chiave in autunno
Poche ministre? In azienda è anche peggio
Meno donne nei consigli di amministrazione rivela una ricerca inedita. L'attenzione è puntata
sul nuovo governo
di Maria Silvia Sacchi
Se in politica hanno di che protestare, nell’economia non sono messe molto meglio. Sei donne ministro,
di cui cinque senza portafoglio, è stato il risultato ottenuto nel governo Prodi, dopo molte promesse chiaramente mancate.
Ma se si guarda l’ultima ricerca realizzata dalla società di consulenza Governance Consulting, ancora inedita, si vede
che nelle aziende italiane quotate il numero delle donne amministratore delegato si è ulteriormente assottigliato. Cinque
contro otto di un anno prima. Sette, se si aggiungono anche le due che sommano a quella di ad anche la carica di presidente,
il che porta a 10 il numero totale di presidenti donna di un consiglio di amministrazione di società quotata.
Dati davvero miseri, se si considera che in totale gli amministratori delegati (uomini e donne) sono 213, cui si aggiungono
268 presidenti. Risultato: sono 15 donne su 481, il 3,1% del totale. Per giunta, pure in calo rispetto ai già deludenti
risultati di un anno fa: erano 17 su 477. E considerando tutte le posizioni presenti in un consiglio di amministrazione
- amministratore delegato, presidente, vice presidente e semplice consigliere - le donne rappresentano solamente il
4,5% del totale, rispetto al 4,7% di un anno prima. C’è un altro dato, però, nella ricerca realizzata da Livia Aliberti
Amidani, che promette ancora meno. Ed è quello che dice che è diminuita la presenza delle donne nei collegi sindacali,
gli organi che alle società devono “fare le pulci”: dal 7,6% del 2005 al 6,9% di quest’anno.
Scorrere l’elenco delle sette donne amministratore delegato è indicativo: Barbara Bazzocchi (Elen spa), Oriana Draghetti
(Sicc), Giuliana Ligresti (Premafin), Donatella Ratti (Ratti), Susanna Ravanelli (Mirato), Maria Carlotta Rinaldini
(Richard Ginori), Rossella Sensi (As Roma). Se si esclude Draghetti, le altre amministratrici sono tutte azioniste in
proprio o parte della famiglia azionista della società. E se si esclude Donatella Ratti, tutte condividono responsabilità
e potere con altri amministratori delegati. Insomma, niente di nuovo. Il che è una notizia negativa.
“Il tema della presenza delle donne nel lavoro è costantemente trattato - dice Maurizia Iachino Leto di Priolo, partner
di Governance Consulting - ma c’è un appoggio tiepido: si dice “meglio una donna” ma poi quella donna non la si va a
cercare”.
All’analisi sulle società quotate fa da specchio un’altra ricerca in via di pubblicazione e che riguarda, questa volta,
le piccole e medie imprese italiane. Realizzata da Università Bocconi e Osservatorio Armonia conferma, in sintesi, che
le donne (poche) sono più spesso capoazienda se sono anche azioniste, sono in percentuale maggiore consiglieri d’amministrazione
se l’impresa è famigliare e in questo tipo di società trovano un contesto che le aiuta (ma vale anche per gli uomini)
ad avere una vita personale più libera (figli). Le donne dirigenti, invece, (sempre poche) si trovano più frequentemente
nelle imprese non famigliari, dove per chi è capoazienda diventa più difficile conciliare vita privata e vita lavorativa.
Il vero scoglio sta, comunque, lì: la stanza dei bottoni. Le donne arrivano fino al riporto all’amministratore delegato,
poi si fermano.
Va meglio, dicono i consulenti che si occupano di ricerca del personale di alto livello come
Giovanna Brambilla, partner di Value
Search (società, peraltro, tutta al femminile), nei gruppi internazionali. Dove una spinta arriva anche dal diversity
management: se ci sono comitati di controllo che funzionano, sono un aiuto. Lindt Italia, filiale della società svizzera,
oltre ad avere una forza lavoro femminile al 70%, ha tre donne su otto nel comitato esecutivo e un alto tasso di nascite
anche tra le dirigenti, conferma il presedente Antonio Bulgheroni. Anche Vodafone è un esempio noto e altri ce ne sono.
Ma ancora pochi.
Secondo chi studia questi problemi, però, quel che si nota è sempre più marcato cambio di atteggiamento delle donne.
Dice Iachino: “Quando si chiede "perché, per un cda, non prendete in considerazione una donna?" La risposta è: "Perché
non ce ne sono". Bene, noi faremo partire ad ottobre un corso specifico per donne consiglieri di amministrazione così
non si potrà poi dire "non ce ne sono". Reazioni dall’interno anche per le piccole e medie imprese famigliari. “Abbiamo
chiesto informazioni sulla gestione del ricambio generazionale - sottolinea Daniela Montemerlo, docente di strategia
delle aziende familiari in Bocconi e autrice dello studio insieme a Luca Gnan - ed è risultato che nelle aziende famigliari
in cui il capoazienda è donna le modalità del ricambio sono state più discusse. Sarà forse un caso, ma la stessa analisi
dice che l’avvento delle donne si è concentrato nel decennio tra il’90 e il 2000 nell’ambito dei processi di ricambio
generazionali (l’80% delle donne capoazienda lo è diventato in questo periodo contro il 40% degli uomini). Intanto,
è cresciuta la quota di capitale azionario detenuta da donne, prevista in ulteriore aumento.
Ma tutta l’attenzione è puntata sul nuovo governo. Quali possono essere gli effetti di un’azione politica, lo dimostrano
le altre nazioni.
Anche se l’esempio dovrebbe partire dall’alto: il governo Zapatero ho donne e uomini in egual misura. Anche in Norvegia,
considerata una delle patrie delle parità, donne e uomini hanno ancora pesi diversi (22 su 100) nei cda delle imprese
quotate nonostante la legge, del 2002, obblighi a riservare alle donne il 40% dei posti. Il governo ha puntato i piedi,
minacciando di chiudere le imprese inadempienti entro il 2007. In Spagna il governo ha introdotto il concetto di “rappresentanza
equilibrata”, quella cioè che “garantisce la presenza di uomini e donne in modo che nell’aggregato di riferimento le
persone di ciascun sesso non superino il 60% e non siano meno del 40”. Le imprese private non sono obbligate a mantenere
questo equilibrio, ma se non lo avranno saranno penalizzate nei contratti di appalto pubblici. In Italia Barbara Pollastrini,
neoministro delle pari opportunità, ha subito detto che le quote rosa (bocciate dal precedente Parlamento) saranno “uno
dei provvedimenti dei 100 giorni”, ma che la meta finale dovrà essere un intervento più ampio e ambizioso, su modello
delle più avanzate esperienze europee.
Un appuntamento centrate si avrà in autunno. Quando l’Italia presenterà alla Commissione Ue la “Relazione strategica
sulla protezione e l’inclusione sociale” che dovrà anche indicare il raccordo con il “Piano di competitività e di crescita”
predisposto lo scorso anno dall’ex ministro La Malfa. Si vedrà allora se ci sarà quella cornice necessaria a trasformare
misure singole in un percorso che faccia fare davvero passi avanti all’Italia.
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