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L'INTERVENTO
E' tramontata l'epoca del genio all'italiana
di Giovanna Brambilla -
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Il solo talento creativo non basta più, oggi deve combinarsi con il talento manageriale. La cosa
difficile è individuarli
Il termine “talento” evoca, nel suo uso comune, qualcuno con doti rare e uniche e che per questo
suscita ammirazione. In un ambito aziendale il talento è qualcuno che, grazie al suo apporto straordinario e al di fuori
della norma, riesce a dare un contributo di particolare rilevanza al business. In generale tale contributo si fonda
sulla non comune capacità di intuire, di cogliere in anticipo i segnali deboli e anomali, di dare una interpretazione
diversa agli eventi e di tradurre immediatamente tutto ciò in chiave di business. Terreno naturale per il talento sono,
quindi, quelle aree aziendali in cui è essenziale coniugare le technicalities specifiche della funzione e la capacità
di attuazione, con elementi non solo razionali: il marketing, la ricerca (pensiamo al settore farmaceutico), la finanza,
la pubblicità. Nel settore della moda e del lusso la funzione d’elezione per la presenza di talento è stata finora l’area
creativa e di sviluppo del prodotto. Ci si chiede, però, spesso (vedere anche Corriere Economia del 6 settembre), se
persone di questo genere facciano il successo di una azienda.
La sensazione condivisa dai più è che la presenza di un talento creativo aiuti, ma non basti più. E le ragioni sono
molte. Innanzitutto le belle idee si devono tradurre in un prodotto, il disegno deve diventare un oggetto: da qui l’importanza
per il talento di avere a disposizione un team di sviluppo prodotto in grado di interpretare le sue idee geniali, di
reperire materiali appropriati e innovativi, di progettare e industrializzare al meglio ogni singolo oggetto.
Le belle idee, poi, devono essere anche fatte conoscere al potenziale acquirente, soprattutto in un contesto di elevata
concorrenza e contrazione dei consumi: il talento, quindi, deve disporre di strumenti (la comunicazione) e di strutture
(reti di vendita e di negozi), in grado di posizionare correttamente il prodotto sul mercato e di portare il pubblico
a conoscerlo. Da ultimo, il prodotto deve anche essere immerso sui canali di vendita nei tempi e nelle modalità corrette
e richieste dal mercato: il talento, pertanto, deve avere anche a disposizione infrastrutture manifatturiere in grado
di produrre e consegnare nei tempi giusti un prodotto che sia qualitativamente perfetto.
Il “genio all’italiana”, insomma, non basta più e il grande successo dei talenti creativi emersi negli anni 70 e 80
grazie unicamente alla propria abilità di stilisti (da Gianni Versace a Giorgio Armani, a Domenico Dolce e Stefano Gabbana)
oggi, forse, non sarebbe più possibile senza strutture adeguate e ingenti risorse.
Per vincere, quindi, il talento creativo deve potersi combinare con il talento manageriale e molto difficilmente questi
due talenti risiedono in un’unica persona, soprattutto non appena le dimensioni del business e il grado di complessità
da gestire cominciano ad aumentare.
Il talento manageriale è un grande coach, sa scegliere gli specialisti, motivarli, farli lavorare insieme e al meglio
per ottenere il meglio da tutti. È il vero regista della squadra e la costruisce per vincere. Sa trovare e gestire le
risorse, dare le priorità, delineare la strategia e tenere la rotta. È altrettanto raro e prezioso del talento creativo.
Quando i due talenti riescono a lavorare insieme, all’unisono, spesso producono risultati incredibili. Perché ciò avvenga
è necessario grande rispetto, stima professionale e personale tra i due, una intesa perfetta tra il creativo e il manager
sugli obiettivi e le strategie, ma interferenze pressoché nulle sulle reciproche aree di attività. I casi di successo
sono molti, da Ford-De Sole, a Chis Baily-Rose Marie Bravo, a Valentino-Giammetti, a Ennio-Carlo Capata, alla coppia
Prada-Bertelli.
Individuare il talento giusto è una delle attività più difficili e, allo stesso tempo, cruciali per il futuro di ogni
azienda. La ricerca di questi professionisti necessita di competenze specifiche, metodo, strumenti, ma anche di una
approfondita conoscenza del settore, della storia e del Dna di ciascun brand, della cultura e dell’organizzazione di
ogni azienda. Non è, infatti, vero che il talento (manageriale o creativo), che ha giocato un ruolo chiave nel successo
di un marchio sia in grado di replicare tale successo altrove. Non esistono talenti… per tutte le stagioni! Esistono
invece persone che nello specifico contesto di marchio, mercato e azienda, sono stati in grado di esprimere il meglio
di loro stessi: la chiave di volta per chi ricerca talenti sta nel comprendere se esistono le condizioni perché la storia
di successo possa essere ragionevolmente replicata.
Sul piano del talento creativo gli esempi di Menichetti con Cerruti o di Berardi con Exté sono la dimostrazione di quanto
possa essere difficile replicare risultati eccezionali. Allo stesso modo, anche il talento manageriale necessita di
affinità tra le proprie competenze chiave e il contesto di riferimento, oltre al bisogno di comprendere appieno la cultura
dell’azienda. Un uomo di sviluppo incontrerà, infatti, grandi difficoltà in una realtà in cui la situazione finanziaria
impone di razionalizzare e ristrutturare. Allo stesso modo, un manager abituato a operare in contesti strutturati e
di grandi dimensioni, con una delega pressoché totale da parte degli azionisti, avrà difficoltà a relazionarsi in aziende
medio piccole e con una famiglia imprenditoriale coinvolta nella gestione.
Non esistono quindi delle formule magiche per l’individuazione del talento giusto per ogni azienda e, soprattutto, occorre
diffidare dei facili “innamoramenti”, tanto usuali nella moda e nel lusso. Occorre invece un’analisi approfondita, puntuale
ed efficace delle storie professionali di ciascuno per comprendere quali sono stati realmente i fattori chiave del successo
e valutarne la congruità con il nuovo contesto di riferimento.
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