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Corriere della Sera - Domenica 20 Giugno 2010 - Pagina 25
La Todini: meglio chi ha fatto anche altro. Il rettore Tabellini: favorire
gli stage.
«L'esperienza conta quanto il 110» - Se l'azienda scarta i primi della classe
I cacciatori di teste: «Si parte dal massimo dei voti». Federica Guidi: l'apprendistato vale più della
laurea.
MILANO - «Quando leggo un curriculum non controllo necessariamente il voto di laurea e il tempo per conseguirla.
La preparazione è fatta di tanti fattori. Magari c’è un candidato un po’ fuori corso che però ha fatto una importante esperienza
di volontariato, che è stato all’estero, che ha ritardato perché nel frattempo ha avviato una piccola impresa ». Non era un’istigazione
al fuori corso quella di Luisa Todini, la presidente dell’Associazione Costruttori Europei, l’altroieri a Roma alla tavola rotonda
per il Premio Bellisario (che ha ricevuto). «Penso che soprattutto le aziende private, le piccole e medie imprese, possano guardare
al di là dei parametri tradizionali. Non sempre è il modello del primo della classe a essere vincente. Spesso arrivare da una
famiglia disagiata, l’aver affrontato difficoltà economiche, ti dà una marcia in più». E lei non può dirlo, oggi, senza pensare
all’uomo dal quale ha imparato di più: suo padre, Franco Todini, scomparso nove anni fa. «A lui devo tutte le mie fortune professionali.
Era cresciuto in campagna, aveva solo la terza media, perché a otto anni le sue braccia erano abbastanza forti da lavorare nei
campi. Eppure ha fondato un’impresa che fino all’anno scorso aveva quasi 3.000 addetti e che oggi, dopo la fusione con Salini,
insieme con il gruppo supera i 13 mila. L’università di Perugia gli conferì la laurea honoris causa in ingegneria civile».
Visto dai «reclutatori»
Vai a spiegarlo ai cacciatori di teste: quelli che, su incarico delle aziende, individuano i migliori talenti.
Claudio Ceper, senior partner di Egon Zehnder, non vuole neanche sentirne parlare. «Le grandi società di consulenza non prendono
in considerazione chi si è laureato con meno di 110 nei tempi e non abbia fatto una o due esperienze all’estero. Del resto i
risultati si vedono: i vari Passera, Colao e Profumo sono tutti ex McKinsey». Orgoglio di papà, cita suo figlio Davide, 30 anni,
110 e lode in Bocconi, Erasmus in Argentina, master alla Columbia University. «Ora sta lavorando a Rio de Janeiro. Suona il
pianoforte, parla quattro lingue. E i suoi amici hanno fatto carriere simili». Per fortuna tra la perfezione pretesa da Boston
Consulting, Bain, Accenture e simili e l’evidente debole competitività di un trentenne appena laureato con 85/110 c’è forse
una via di mezzo. Giovanna Brambilla, ad di
Value Search, osserva che più si va avanti con la carriera più conta l’esperienza maturata e meno i titoli. «Il voto e la
durata degli studi sono un importante elemento di giudizio, ma non l’unico. Certo, se il voto è basso e il candidato non ha
fatto nulla per dare valore aggiunto al suo curriculum, la valutazione sarà negativa». Ma può essere interessante, come nota
il suo collega Vittorio Villa, responsabile Italia di Robert Half, «quel candidato che ha "perso tempo" tra l’ultimo esame e
la discussione della tesi perché ha lavorato a tempo pieno».
Visto dagli imprenditori
Spiazza tutti Federica Guidi, presidente dei Giovani di Confindustria. Lei va oltre Luisa Todini. «Meglio nessuna
laurea e tanta buona volontà unita all’esperienza sul campo. Un perito meccanico e un ragioniere hanno più senso di un laureato
in Scienza della comunicazione. Ci vuole l’apprendistato, piuttosto che vegetare su corsi fantasiosi». Dopodiché non si sentirebbe
mai di dire a un neoleureato giovanissimo in ingegneria che parla tre lingue: mi dispiace, hai sbagliato. «Però devo essere
onesta: in India, dove vado spesso, ogni anno vengono sfornati un milione 400 mila nuovi ingegneri tra i 23 e i 25 anni. Conoscono
l’inglese come un madrelingua e hanno una flessibilità mentale che li porta a lasciare il loro Paese per vivere ovunque». Mario
Perego, direttore risorse umane del Gruppo Heineken, multinazionale con 2.500 dipendenti in Italia, tra un topo di biblioteca
che si è laureato in fretta e furia con lode e uno più lento che ha fatto esperienze interessanti non ha dubbi. «La velocità
di per sé non è un elemento positivo. Il volontariato, per esempio, non può essere sostitutivo dell’anno di studi perso. Però,
se il candidato si è impegnato in un contesto non confortevole, fuori di casa, all’estero, non può che aver maturato capacità
utili». Mentre Giovanni Bonatti, direttore generale di Fratelli Rossetti, ha idee diverse. «Il titolo di studio è fondamentale.
Do molto valore al massimo dei voti e al "peso" dell’ateneo. I tempi giusti sono importanti, danno un senso di coerenza».
Visto dagli atenei
Guido Tabellini è rettore di una di quelle università che hanno maggior «peso»: la Bocconi di Milano. Oltre
il 90% dei suoi laureati trova lavoro in meno di due mesi. «Cosa ci rende competitivi? Il fatto che spingiamo i nostri studenti
a fare stage nelle aziende e li aiutiamo a trovarli. Insistiamo sull’esperienza internazionale, invitandoli ad andare all’estero
almeno per sei mesi durante il corso di studi. Vigiliamo sul loro percorso e infatti pochissimi sono in ritardo». La Bocconi
però non è proprio alla portata di tutti. «Ma abbiamo borse di studio e un valido programma di prestiti». La vera discriminante,
forse, resta l’esperienza sul campo. È questa a fare la differenza anche in una università pubblica come La Sapienza di Roma.
Spiega il rettore Luigi Frati: «Tutto il settore della formazione sanitaria si fonda sul learn by doing, impara facendo. Ho
fatto un accordo con duemila aziende per garantire gli stage ai ragazzi. Su 140 mila iscritti in totale, l’impatto sulla società
è diverso rispetto a atenei privati e a pagamento con 10 mila studenti, ma i risultati cominciano a vedersi: secondo una ricerca
di AlmaLaurea il 90% dei laureati in area sanitaria trova lavoro entro un anno». RIPRODUZIONE RISERVATA
Elvira Serra
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