|
|
Corriere della Sera - Venerdì 11 Gennaio 2008 - Pagina 44
Legge sulla maternità e riposo forzato
Le cacciatrici di teste attaccano i diritti-doveri
La legge sulla maternità? Un diritto obsoleto per le donne manager. Per una fetta di esperte di selezione
del personale non ci sono dubbi: cinque mesi di “riposo forzato” (e sei facoltativi in aggiunta) più che una tutela
delle mamme oggi sono motivo sufficiente per stroncare la loro scalata ai vertici delle società. “La legge è stata concepita
quando c’era una completa fungibilità del lavoro, ma adesso non si può pensare che un’azienda rimanga completamente
scoperta di competenze specifiche per cinque mesi”, afferma Giovanna Brambilla,
amministratore delegato di Value Search. “Bisognerebbe cambiarla”, rincara Maurizia
Villa, managing partner Italia di Heidrick & Struggles. E la sua spiegazione è semplice: “Soprattutto in mercati che
hanno un’evoluzione dinamica come quelli finanziari, una persona assente per cinque mesi ha un impatto importante. E
quando torna è fuori”. Non tutte però la pensano cosi. “Le parlo della mia esperienza personale e di nostre dirigenti
che sono state in maternità recentemente: cinque mesi non pregiudicano la carriera”, assicura Patrizia Bonometti, direttore
risorse umane Europa di Tenaris. “Il problema nasce se la manager decide di rimanere a casa anche per il periodo facoltativo”,
aggiunge Roberta De Ponti, responsabile risorse umane di Idc per l’Europa. Un fatto, però, è certo: quello che per le
lavoratrici in genere è un diritto acquisito e sacrosanto, per le donne in carriera rischia di essere una “fregatura”.
Prima, perché molte aziende puntano sul genere maschile per prevenire il “problema maternità”. Dopo, perché il reinserimento
lavorativo può essere una brutta sorpresa. Ma soprattutto durante: credete davvero che a una manager sia concesso di
staccare completamente la spina?
Iolanda Barera
Articolo in formato originale »
|
|