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IL VOCABOLARIO IN UFFICIO
Promosso? No, rimosso. Quando le parole significano l'opposto
«Il presidente è in riunione», uguale: «sta giocando a golf». «Il dottore è a un congresso», in altre
parole: «è alle Maldive». E «promosso» significa «rimosso».
L'articolo sul Financial Times di Lucy Kellaway che ha denunciato «l'abuso» di formalità linguistiche (alias bugie,
ipocrisia) tra le compassate mura dei British office ha suscitato grandi discussioni anche in Italia. Nei corridoi delle
aziende i colletti bianchi nostrani s'interrogano sulla «schiettezza» del vocabolario utilizzato da capi e colleghi.
E la risposta è univoca: i manierismi all'inglese, i sofismi o le «false idiozie», come le definisce la Kellaway, vanno
a gonfie vele anche da noi. «Certo, la business community ha una sua terminologia. E bisogna conoscerla, altrimenti
si rischia d'incorrere in gaffes, come quella di Bush che ha risposto al Papa yes, Sir», commenta
Giovanna Brambilla, amministratore delegato della società di ricerca
manager e specialisti Value Search. Di fatto «decodificare» è un must. «L'ingegnere
è fuori stanza» può voler dire «è alla macchinetta del caffè», ma più lo si ripete più è probabile che significhi «non
vuole parlare con lei». Per non dire della gentile risposta all'invio del curriculum: «Al momento non assumiamo, ma
sarà nostra cura ricontattarla, qualora si verificassero delle possibilità professionali in linea con il suo profilo».
Alzi la mano chi è mai stato richiamato.
Ma nei nostri uffici circola tranquillamente pure la maggior parte degli «eufemismi» in uso oltremanica. Un esempio
per tutti? La frase di rito per comunicare la «rimozione» di pezzi grossi da posizioni importanti. «E' con dispiacere
che annuncio che l'eminente collega ci lascerà, di comune accordo l'azienda». Di sicuro, vi sarà già capitato di sentirla
e, certo, non la si può annoverare tra gli esempi di cristallina sincerità.
Iolanda Barera
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